Normalità

Immagino che praticamente chiunque abbia visto uno di quei bellissimi e rassicuranti film in cui una terrificante epidemia distrugge l’intera razza umana, tanto che rimane solo qualche povero fortunato (o sfigato?) sopravvissuto che deve lottare ogni singolo giorno per la soppravvivenza.

Naturalmente in questi bei film (originali, tra l’altro) è che il resto della razza umana viene trasformata in simpaticissimi zombie. Succede in “28 giorni/mesi dopo”, nel film “Io sono Leggenda”, ne “La notte dei morti viventi”, nel telefilm “The Walking dead” e in mille altri film.
Come nascono però gli zombie? No, non mi riferisco a qualche strano virus o cagate simili, mi riferisco all’immaginario collettivo.

Lo scenario proposto dall’originale film di Romero aveva un significato ben più profondo ed inquietante di quello che può proporre il solito film di denuncia sociale verso le cattive multinazionali che fanno terribili esperimenti pur di far soldi (alla Resident Evil, insomma). Il film “La notte dei morti viventi” non dava alcuna speranza poiché se i morti tornano in vita, non c’è alcuna speranza per i vivi, la natura è completamente impazzita, tanto che la morte è ovunque: attraversando la strada, in macchina… basta guardare una porcata come Final Destination per vedere in quanti entusiasmanti modi si possa morire. Ma poi il messaggio è andato oltre.
Nel seguito, Zombi, i morti non erano più “nascosti” al buio, vagavano tranquilli in mezzo alla strada, in piena luce. “Quando i morti camminano bisogna smettere di uccidere”, questa è il tetro messaggio che viene espresso nel film. Il vero messaggio è che gli zombi siamo noi, una moltitudine indistinta che rappresenta una società di massa il cui uno scopo è consumare l’ultima merce rimasta da consumare: l’umanità stessa.
Con il tempo il “modello” di zombie si è evoluto: si è passato dai zombie che vagano per la strada a braccia dritte e camminano a rallentatore a quelli più veloci e violenti dei film più moderni. Questo perché è la società ad essersi evoluta. Si è passati dall’essere una moltitudine di gente che vaga facendo ciò che viene detto loro di fare ad un enorme moltitudine di gente che vaga frenetica da un punto all’altro. Pensateci, il 99% delle persone “non ha mai tempo” per fare niente. Gli zombie siamo noi.

Tempo fa, prima dell’uscita del film, lessi il libro “Io sono Leggenda” di Richard Matheson, è un libro che adoro. Nel libro, al contrario di quella porcata di film, in cui tra l’altro il protagonista è un tedesco definito chiaramente “ariano” e il fatto che nel film ci siamo Will Smith dovrebbe far pensare a quanto possa essere fedele il film al testo, non vi sono zombie, bensì vampiri. In particolare ve ne sono 2 tipi, alcuni sono i soliti vampiri “cattivi”, altri stanno cercando una cura per convinvere con la loro situazione e vivere come vivevano prima dell’infezione. In tutto questo, Robert Neville cerca di sopravvivere, uccidendo tutti i vampiri che può.
Il messaggio che manda questo libro è altrettanto importante, ho imparato letteralmente il finale a memoria. Robert Neville viene catturato e portato davanti a tutti i vampiri “buoni” per essere ucciso:

Infine cadde il silenzio, come una coperta pesante piombata sulle loro teste. Rimasero tutti a guardare, con le facce pallide rivolte in sui. Lui rimcambiò i loro sguardi. E di colpo pensò: sono io quello anormale, ormai. La normalità è un concetto che appartiene alla maggioranza, rappresentava una qualità comune di molti uomini, non di uno solo. […]
Robert Neville posò lo sguardo sui nuovi abitanti della Terra. Sapeva di non essere uno di loro; sapeva di essere un anatema, un orrore nero da distruggere, come i vampiri. E quell’idea lo colpì come un fulmine, divertendolo perfino nel dolore.

Un risolino strozzato gli riempì la gola. Si girò e si appoggiò alla parete mentre ingoiava le pillole. «Il cerchio è completo», pensò mentre il letargo definitivo gli strisciava nelle membra. «Il cerchio è completo. Un nuovo terrore prende forma dalla morte, una nuova superstizione penetra la fortezza inattaccabile dell’infinito. Io sono leggenda»

La normalità è un concetto che appartiene alla maggioranza.
Tutto questo mio discorso è nato dal fatto che ieri in città c’è stata la “notte bianca” e guardando l’evento su facebook ho notato come vi fossero ben più di 22.000 “participerò”.
Tutti andavano alla notte bianca, tutti erano in centro perché quella era la serata in cui si doveva andare in centro. C’erano molti concerti, lecito andare a dei concerti, ma molti andavano entusiasti del fatto che i negozi fossero aperti fino a tardi, come se durante il giorno e la settimana nessuno avesse tempo di andare alla Fnac, come se il centro città durante la settimana fosse chiuso, come se la gente durante l’anno fosse segregata in casa e potesse uscire solo una volta all’anno.

Lo scopo primario delle persone, al giorno d’oggi, è apparire, divertirsi ad ogni costo e come giustamente mi è stato fatto notare, provate a chiedere ad un ragazzo di fare un turno di notte, verrete mandati a quel paese nel giro di qualche secondo, ma fatelo stare dalle 3 di pomeriggio fino alle 6 di mattina in centro perché c’è la notte bianca, non fiaterà.
La “moda” impone che per divertirsi ci si debba ubriacare fino alla morte, che si debba fumare, che ci si debba drogare. Per non risultare ipocrita sono il primo ad ammettere che ho avuto un periodo mesi fa in cui ero il primo a “dover bere il sabato sera per divertirmi”, ma ho avuto i miei motivi, il mio non era un bisogno di divertirmi, ma una necessità di fuggire dalla depressione, tanto che ho rivalutato molto le persone che per problemi di depressione cadono in droga e alcol.
Una mia cara amica per via di un lutto in famiglia ha cominciato a fumare, una ragazza che conosco ha cominciato a fumare perché il ragazzo che le piace non la caga. Viene naturale ergersi a censore e criticare, ma purtroppo finché non hai problemi veramente gravi la minima problematica fuori dalla normalità appare insormontabile.
Io ero il primo a cui sembrava stesse per finire il mondo quando la mia ragazza mi stava lasciando, poi dopo aver visto i veri problemi ho capito che non vale la pena stare a deprimersi per una ragazza. Non che sia felice di aver passato ciò che ho passato, ma senza quello sarei ancora lì a lamentarmi per la ragazza.

Tutto ciò mi ha spinto a domandarmi cosa spinga ‘sti ragazzini di 13 anni a tornare a casa, tutti i fine settimana, storti come Efialte del film “300” tra abuso di alcol e fumo.
A inizio Agosto c’è stata a Sestri Levante una “festa hawaiana” che può vantare ben 70 interventi di ambulanza per via dell’abuso di alcol tra i giovani. Chi c’è stato racconta solo di ragazzi e ragazzini sbronzi che vagano per il paese. Zombie.
Parlando con adulti sento spesso la frase “che cazzo hanno in testa i ragazzi d’oggi?”, non rispondo mai, ma so la risposta.
Il brutto delle generazioni attuali, in cui sono anche io, è che si pensa di aver visto tutto, di sapere tutto, di aver provato già tutto, che niente possa divertire, tanto che, citando Chuck Palahniuk, solo la droga, l’alcol e la morte rappresentano qualcosa di sconosciuto e nuovo, solo che la morte è qualcosa di troppo definitivo, il chè è dannatamente triste.

Se non vai alla notte bianca sei un emarginato, se non vai al mare a Ferragosto sei un disagiato sociale, se non vai in discoteca al sabato sera non sei “in”, se non ti piace il calcio “non capisci un cazzo”, tanto che si possono avere realmente problemi a socializzare con le persone se non ti adegui al loro modo di vivere le giornate, stare in un gruppo in cui tutti bevono o fumano è difficile, ci vogliono letteralmente i coglioni per non essere trascinati e spesso, per forza di cose, nascono i contrasti. Ormai le persona sono completamente omologate.

Sta davvero diventando tutto “normale” come il finale di “io sono leggenda”? E’ davvero questo il modo di comportarsi dei “nuovi abitanti della terra”?
In molti ambiti noto anche che c’è la “sindrome del supereroe”, ovvero la convinzione di distinguersi dalla massa, il che rende forse ancora più disagiati di quanto non renda essere omologati, perché non ci si cerca di distinguere perché lo si vuole, ma perché “fa figo”.
Tanto per parlare un pò dell’argomento del blog, ormai chi fa bodybuilding è visto come un disagiato sociale che mangia riso e pollo, solo chi fa allenamento funzionale è un vero figo che può guardare dall’alto in basso tutti gli altri palestrati. Ma se tutti fanno funzionale chi si distingue dalla maggioranza? Un pò come quelle genialate estive delle “partenze intelligenti”. Ma cribbio, se tutti partono durante la “partenza intelligente”, dov’è l’intelligenza? Tutto è ciclico. Nasce il fenomeno Y per distinguersi dall’X che fanno tutti, tutti fanno Y, X ritorna di pochi, i fighi, e così via nascerà Z. Forse poi si tornerà a X.

Dove volevo arrivare scrivendo questo mix di riflessioni filosofiche su film/libri e società moderna? Da nessuna parte, mi sentivo in vena riflessiva e volevo prendermi un’ora dai libri universitari.

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2 commenti

  1. Tranquillo, non sei il solo a vederla in questo modo. Ormai è diventato normale quel che fino a 40 anni fà era pura devianza. A partire dalla cultura marginale che offre la tele fino ad arrivare all’orrendo sistema scolastico italiano. Ormai la gente si lascia trascinare dal flusso, non importa quale, la paura della solitudine li fà scappare da una corrente all’altra. Ne conosco tanti, troppi, che la notte si sbronzano perchè cosi non devono stare a pensare al loro futuro, al fatto che non hanno ne sogni ne ambizioni o semplicemente a cosa sono.

  2. La paura della solitudine… verissimo. Non la vedevo sotto quest’ottica, eppure è la chiave di molte cose. Mi chiedo se anche prima si vivesse in questo modo, se tutti avessero paura di stare da soli.

    In questo periodo sto leggendo tutti i libri di Palahniuk, l’autore del libro di Fight Club. Sono bei libri perché contengono critiche veramente impietose alla società moderna, definitiva letteralmente come alienante e disgregata.Libri abbastanza cinici, devo ammetterlo, non devi essere un ottimista per leggerli.
    In quello che sto leggendo ora, “Survivor”, la critica è particolarmente efferata, afferma che “la gente usa quelli che chiama telefoni perché odia stare nello stesso luogo insieme, ma ha anche paura di stare sola”. Quanto è vero, quanto è vero. La domenica tutti in casa, ma allo stesso tempo tutti su facebook a parlare. Tragicomico.

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